Cos’è una blastocisti e da quali parti è composta
La blastocisti è uno stadio preciso dello sviluppo embrionale, raggiunto circa 5-6 giorni dopo la fecondazione. A questo punto l’embrione ha completato diverse divisioni cellulari e le sue cellule si sono differenziate in strutture distinte.
Una blastocisti è formata da tre componenti principali:
- Trofoectoderma: lo strato esterno di cellule, da cui si svilupperanno il trofoblasto, la placenta e le membrane embrionali esterne. La placenta gestirà lo scambio di nutrienti e gas tra madre e feto e la produzione di ormoni che sostengono la gravidanza.
- Massa cellulare interna (ICM): un gruppo di cellule pluripotenti che daranno origine ai tessuti e agli organi del futuro individuo.
- Blastocele: la cavità interna piena di liquido, situata tra il trofoectoderma e la massa cellulare interna, che permette alla blastocisti di espandersi.
Arrivare allo stadio di blastocisti è di per sé un segnale di vitalità: solo una parte degli embrioni ha il potenziale per raggiungerlo. Quanti embrioni superano questa selezione dipende da diversi fattori; l’argomento è approfondito nell’articolo dedicato a quanti embrioni diventano blastocisti.
Dall’ovocita fecondato alla blastocisti: le tappe
Lo sviluppo dell’embrione dalla fecondazione allo stadio di blastocisti segue passaggi ordinati:
1. Fecondazione: l’ovocita e lo spermatozoo si uniscono e formano lo zigote. In condizioni naturali avviene nell’ampolla della tuba di Falloppio.
2. Zigote: la prima cellula del nuovo embrione, con il materiale genetico di entrambi i genitori.
3. Segmentazione: entro 24-36 ore lo zigote si divide per mitosi in 2, 4, 8, 16 cellule (i blastomeri), senza aumentare di dimensioni complessive.
4. Morula: a 3-4 giorni l’embrione è un ammasso compatto di 16-32 cellule, senza una struttura interna definita.
5. Blastocisti: a 5-6 giorni le cellule si differenziano in trofoectoderma e massa cellulare interna e si forma il blastocele. Man mano che il blastocele si riempie di liquido si passa da una blastocisti precoce a una blastocisti espansa, fino allo stadio in cui la blastocisti inizia la schiusa dalla zona pellucida.
6. Schiusa (hatching): prima dell’impianto la blastocisti si libera dalla zona pellucida, la membrana che la avvolge dalla fecondazione, e diventa pronta a interagire con l’endometrio.
Al termine di questo percorso l’embrione è nella condizione ottimale per attaccarsi alla parete dell’utero.
Embrione di giorno 3 e blastocisti di giorno 5: le differenze
Nella fecondazione in vitro il trasferimento in utero può essere programmato in momenti diversi dello sviluppo embrionale. Le due opzioni più comuni sono il transfer al terzo giorno, quando l’embrione è allo stadio di segmentazione (6-8 cellule), e il transfer al quinto o sesto giorno, allo stadio di blastocisti.
La differenza non riguarda solo il numero di giorni. Un embrione di giorno 3 non ha ancora superato una fase cruciale dello sviluppo, in cui il genoma embrionale si attiva pienamente e molte anomalie diventano evidenti. La blastocisti, invece, ha già oltrepassato questo passaggio: raggiungere il giorno 5-6 in coltura è un indicatore indiretto di un buon potenziale di sviluppo. Trasferire a blastocisti permette quindi di osservare più a lungo l’embrione prima di sceglierlo, mentre trasferire a giorno 3 riporta l’embrione nell’ambiente uterino in una fase più precoce.
La scelta tra le due tempistiche non è automatica e dipende dal singolo percorso, dal numero di embrioni disponibili e dalla loro qualità. In alcuni casi, con pochi embrioni, lo specialista può preferire un trasferimento più precoce, per riportare l’embrione nell’ambiente uterino il prima possibile invece di prolungare la coltura in laboratorio. In altri casi, quando gli embrioni disponibili sono numerosi, prolungare la coltura fino a blastocisti aiuta a distinguere quelli con il potenziale migliore. È sempre una valutazione clinica che spetta all’équipe medica insieme alla coppia, sulla base della situazione specifica.
Perché si trasferisce a blastocisti
Il transfer di blastocisti offre due vantaggi principali: una selezione embrionale più accurata e una migliore sincronia con l’endometrio.
Selezione degli embrioni. Coltivando gli embrioni fino al quinto o sesto giorno, gli embriologi hanno più tempo per osservarne lo sviluppo. Gli embrioni con anomalie tendono a fermarsi spontaneamente prima di raggiungere lo stadio di blastocisti, così restano candidati al trasferimento quelli con il profilo di sviluppo più favorevole.
Sincronia con l’endometrio. In un concepimento naturale l’embrione raggiunge l’utero proprio quando è allo stadio di blastocisti, nel momento in cui l’endometrio è nella sua finestra di ricettività. Trasferire una blastocisti riproduce questa coincidenza fisiologica tra maturità embrionale e recettività della parete uterina.
Questi vantaggi non si traducono in una garanzia di gravidanza. Il potenziale di attecchimento resta influenzato da molti elementi, primo fra tutti l’assetto genetico dell’embrione. Per i risultati aggiornati dei trattamenti è possibile consultare la pagina risultati clinici.
Transfer singolo di blastocisti e riduzione delle gravidanze multiple
Il transfer di blastocisti è strettamente legato alla pratica del transfer di un singolo embrione (SET, Single Embryo Transfer). Poiché ogni blastocisti selezionata ha un buon potenziale di attecchimento, trasferirne una sola per volta riduce fortemente la probabilità di una gravidanza gemellare o multipla, senza rinunciare a possibilità di successo apprezzabili.
Le gravidanze multiple comportano rischi maggiori sia per la donna sia per i feti, dal parto pretermine al basso peso alla nascita, fino a un aumento delle complicazioni ostetriche. Trasferire più embrioni per aumentare le probabilità di successo espone quindi a rischi che il transfer singolo permette di contenere. Per questo il transfer singolo di blastocisti è considerato la strategia più sicura in molti percorsi di fecondazione assistita: consente di puntare su una gravidanza singola, riservando le altre blastocisti di buona qualità a eventuali cicli successivi grazie al congelamento.
Quando si impianta la blastocisti dopo il transfer
Dopo la schiusa dalla zona pellucida, la blastocisti si attacca all’endometrio attraverso il trofoectoderma e comincia a integrarsi nel tessuto uterino. L’adesione è mediata da molecole come le integrine, presenti sia sulla superficie dell’embrione sia su quella dell’endometrio. Una volta attaccata, la blastocisti inizia a formare connessioni con i vasi sanguigni uterini, che garantiranno l’apporto di nutrienti e ossigeno.
Tra blastocisti ed endometrio si instaura una comunicazione mediata da ormoni, citochine e fattori di crescita, che regola la ricettività endometriale: l’endometrio si prepara ad accogliere l’embrione e l’embrione si prepara ad attaccarsi. Perché l’impianto riesca, i due processi devono essere sincronizzati, in quel percorso di adesione e integrazione descritto anche come nidazione o annidamento dell’embrione. In alcuni percorsi può essere utile valutare la finestra di ricettività dell’endometrio con test specifici.
Dal punto di vista dei tempi, dopo un transfer di blastocisti l’attaccamento all’endometrio inizia in genere entro pochi giorni, con un processo che si completa progressivamente nell’arco di circa una settimana. Quando l’impianto procede, il trofoectoderma comincia a produrre l’ormone beta-hCG, la cui presenza nel sangue viene rilevata dal test di gravidanza: su come si leggono i valori è disponibile la guida su cosa sono le beta-hCG e come interpretare la tabella dei valori. Il periodo successivo al transfer è delicato; su come comportarsi nei giorni seguenti è disponibile l’articolo con i consigli dopo il transfer embrionale. Quando l’impianto non va a buon fine, le cause possono essere diverse e sono trattate nell’approfondimento sulle principali cause di fallimento dell’impianto.
Coltura a blastocisti in laboratorio: come vengono valutate
Nei centri di procreazione medicalmente assistita, coltivare gli embrioni fino allo stadio di blastocisti richiede condizioni controllate e strumenti di valutazione dedicati.
Coltura prolungata. Gli embrioni vengono mantenuti in incubatori che controllano temperatura, umidità e concentrazione dei gas, in mezzi di coltura che forniscono i nutrienti necessari fino al quinto o sesto giorno di sviluppo.
Valutazione morfologica. Gli embriologi osservano le blastocisti al microscopio per valutare il grado di espansione del blastocele e la morfologia delle cellule del trofoectoderma e dell’ICM. Sistemi di classificazione condivisi a livello internazionale, come il sistema di Gardner, assegnano un punteggio che aiuta a identificare le blastocisti con il potenziale di impianto migliore. Il grading di Gardner combina un numero, da 1 a 6, che indica il grado di espansione del blastocele, e due lettere, da A a C, che descrivono la qualità della massa cellulare interna e del trofoectoderma. Una blastocisti indicata come 4AA, per esempio, è ben espansa e presenta entrambi i gruppi cellulari di ottima qualità, mentre punteggi come 3AA o inferiori segnalano un’espansione minore o una morfologia meno favorevole. Il grading resta comunque un criterio morfologico: descrive l’aspetto della blastocisti, non il suo assetto genetico, e da solo non garantisce l’esito del transfer.
Monitoraggio time-lapse. La tecnologia time-lapse consente di seguire lo sviluppo embrionale in modo continuo, attraverso immagini acquisite a intervalli regolari senza estrarre gli embrioni dall’incubatore. Le informazioni sulla cinetica delle divisioni cellulari aiutano a selezionare gli embrioni con il profilo di sviluppo più favorevole.
Non tutti gli embrioni messi in coltura raggiungono lo stadio di blastocisti, ed è una dinamica fisiologica prevista. La qualità delle blastocisti dipende in particolare dall’età della donna, dalla qualità di ovociti e spermatozoi, dalle condizioni di coltura e dall’eventuale presenza di anomalie cromosomiche.
Blastocisti e PGT-A: la diagnosi genetica preimpianto
Lo stadio di blastocisti è quello in cui si può eseguire la diagnosi genetica preimpianto. La procedura prevede una biopsia del trofoectoderma: si preleva un piccolo campione di cellule dalla parte esterna della blastocisti, quella che darà origine alla placenta, senza intaccare la massa cellulare interna da cui si formeranno i tessuti del futuro individuo.
Il campione viene poi analizzato. Le indagini più comuni sono:
- PGT-A: verifica la presenza di anomalie nel numero dei cromosomi (aneuploidie), che sono tra le cause più frequenti di mancato impianto e di aborto precoce.
- PGT-M: ricerca mutazioni genetiche specifiche associate a malattie ereditarie, come fibrosi cistica, talassemia o distrofia muscolare di Duchenne, in coppie portatrici note.
Analizzare geneticamente le blastocisti permette di selezionare per il transfer gli embrioni con l’assetto cromosomico corretto e di ridurre il rischio di trasmettere malattie genetiche. La biopsia si esegue proprio a blastocisti perché il trofoectoderma offre più cellule da prelevare rispetto agli stadi precedenti, riducendo l’impatto sull’embrione.
Congelamento delle blastocisti: la vitrificazione
Le blastocisti di buona qualità non trasferite nel ciclo in corso possono essere conservate per cicli successivi. Il metodo di riferimento è la vitrificazione, un congelamento ultraveloce che evita la formazione di cristalli di ghiaccio dannosi all’interno delle cellule.
Nel processo le blastocisti vengono prima esposte a sostanze crioprotettrici che ne proteggono le strutture, poi raffreddate molto rapidamente fino alla temperatura dell’azoto liquido, dove i fluidi cellulari solidificano assumendo una consistenza simile al vetro, da cui il nome della tecnica. In queste condizioni le blastocisti possono essere conservate a lungo senza danni significativi.
Quando si decide di utilizzarle, le blastocisti vengono scongelate con un processo controllato e gli embriologi ne valutano la sopravvivenza e l’integrità prima del transfer. La vitrificazione ha reso possibili i cicli con embrioni congelati, che oggi rappresentano una parte importante dei trattamenti. Grazie agli alti tassi di sopravvivenza allo scongelamento, una blastocisti congelata e poi trasferita in un ciclo successivo mantiene un potenziale di sviluppo paragonabile a quello di una blastocisti fresca, e in diversi percorsi il transfer viene programmato proprio su un ciclo di embrioni scongelati per lavorare in una migliore sincronia con l’endometrio. I tempi di impianto e gli aspetti specifici del transfer di embrioni scongelati sono trattati nell’articolo dedicato al transfer di blastocisti congelate.
Domande frequenti sulla blastocisti
Qual è la probabilità di attecchimento di una blastocisti?
La probabilità di attecchimento di una blastocisti dipende da molti fattori, tra cui l’età della donna, la qualità dell’embrione e il suo assetto cromosomico. Per questo non esiste un valore unico valido per tutti. Raggiungere lo stadio di blastocisti è comunque un segnale favorevole rispetto agli stadi più precoci. I dati aggiornati sui risultati dei trattamenti sono consultabili nella pagina dei risultati clinici.
Quanti giorni ci mette una blastocisti ad impiantarsi?
Dopo il transfer, la blastocisti inizia ad attaccarsi all’endometrio in genere entro pochi giorni. Il processo di impianto non è istantaneo: comincia con l’adesione al tessuto uterino e si completa progressivamente nell’arco di circa una settimana, quando l’embrione stabilisce le connessioni con i vasi sanguigni dell’utero.
È meglio trasferire embrioni o blastocisti?
Non esiste una risposta valida per ogni caso. Il transfer di blastocisti consente una selezione embrionale più accurata e una migliore sincronia con l’endometrio, ma non tutti gli embrioni raggiungono questo stadio. In presenza di pochi embrioni disponibili lo specialista può preferire un transfer al terzo giorno. La decisione spetta all’équipe medica in base al singolo percorso.
Quando si impianta la blastocisti dopo la fecondazione?
In una gravidanza naturale l’impianto avviene di solito tra il sesto e il decimo giorno dalla fecondazione, cioè quando l’embrione, ormai allo stadio di blastocisti, raggiunge l’utero e si attacca all’endometrio. Nella fecondazione in vitro il transfer riproduce questa tempistica, trasferendo la blastocisti nel momento in cui è pronta a impiantarsi.
Che cos’è esattamente una blastocisti?
È l’embrione al quinto o sesto giorno di sviluppo dopo la fecondazione. A questo stadio ha una cavità interna piena di liquido, il blastocele, e due gruppi di cellule già differenziate: il trofoectoderma, da cui si formerà la placenta, e la massa cellulare interna, da cui si formeranno i tessuti del futuro individuo.
Qual è la differenza tra embrione di giorno 3 e blastocisti di giorno 5?
L’embrione di giorno 3 è allo stadio di segmentazione, con 6-8 cellule non ancora differenziate. La blastocisti di giorno 5 ha superato una fase cruciale dello sviluppo, ha una struttura organizzata e ha già oltrepassato il momento in cui molte anomalie si manifestano. Raggiungere il giorno 5-6 in coltura è un indicatore di buon potenziale di sviluppo.
Tutti gli embrioni diventano blastocisti?
No. Solo una parte degli embrioni ha il potenziale per raggiungere lo stadio di blastocisti; gli altri tendono a fermarsi spontaneamente durante la coltura. È una dinamica fisiologica che dipende dalla qualità degli embrioni e da altri fattori, ed è approfondita nell’articolo dedicato a quanti embrioni diventano blastocisti.
Perché si esegue il transfer di una sola blastocisti?
Perché ogni blastocisti selezionata ha un buon potenziale di attecchimento, trasferirne una sola riduce fortemente il rischio di gravidanza gemellare o multipla, che comporta rischi maggiori per la donna e per i feti. Le altre blastocisti di buona qualità possono essere congelate e usate in cicli successivi.
Cos’è la PGT-A sulle blastocisti?
La PGT-A è l’analisi che verifica il numero dei cromosomi dell’embrione. Si esegue prelevando alcune cellule dal trofoectoderma della blastocisti e analizzandone il DNA. Permette di selezionare per il transfer gli embrioni con l’assetto cromosomico corretto, riducendo il rischio di mancato impianto e di aborto legato alle aneuploidie.
Come vengono congelate le blastocisti?
Con la vitrificazione, un congelamento ultraveloce che evita la formazione di cristalli di ghiaccio. Le blastocisti vengono esposte a sostanze crioprotettrici e poi raffreddate molto rapidamente fino alla temperatura dell’azoto liquido, in cui possono essere conservate a lungo senza danni. Al momento dell’uso vengono scongelate con un processo controllato.
Una blastocisti congelata perde qualità?
La vitrificazione è oggi il metodo di riferimento proprio perché consente tassi di sopravvivenza elevati allo scongelamento. Gli embriologi valutano l’integrità di ogni blastocisti dopo lo scongelamento e prima del transfer. Gli aspetti specifici del transfer di embrioni scongelati sono trattati nell’articolo dedicato al transfer di blastocisti congelate.
Cosa influisce sulla qualità di una blastocisti?
Incidono soprattutto l’età della donna, che si riflette sulla qualità degli ovociti, la qualità di ovociti e spermatozoi, le condizioni di coltura in laboratorio e l’eventuale presenza di anomalie cromosomiche o genetiche.
